A due passi dall’Università Statale in un angolo di città ricco di storia, è nato VEL, ristorante che porta la firma dello chef Valerio Dallamano, insieme ai soci Enrico Nicolini e Laura Bettio. Il nome, semplice ma evocativo, nasce dalle loro iniziali e racchiude un progetto costruito su valori di amicizia, condivisione e cura.

VEL è ospitato in un edificio storico che un tempo ospitava una casa di tolleranza e che ora si trasforma in un luogo di cultura e piacere. Gli interni, tra colonne, travi a vista e pareti verde salvia, sono caldi e accoglienti, con arredi raffinati e opere d’arte che dialogano con la cucina a vista. Il ristorante ha in programma di ospitare diverse opere di artisti ed eventi legati al mondo dell’arte: a inaugurare questo ciclo espositivo sono al momento i quadri astratti di Alvaro Occhipinti.

Lo chef Dallamano, forte di esperienze con lo storico chef Vittorio Fusari e con la famiglia Alajmo e, dopo aver portato una stella Michelin al ristorante Wistèria di Venezia, oggi mette a frutto tutta la sua creatività in questo progetto, che fonde il meglio della tradizione italiana, con un focus sulla Lombardia e una spinta verso il nuovo, ispirata da grandi maestri dell’arte contemporanea. La cucina di VEL è decisa, diretta, non cerca di coccolare il palato o edulcorare i sapori, bensì di stimolare, provocare e coinvolgere, giocando con i contrasti, ma sempre con un occhio all’equilibrio e all’estetica.

Il ristorante offre, oltre alla carta, due principali percorsi degustazione: il menu Rivelato, sei portate che raccontano la filosofia dello chef e “Tutti i pigmenti del mondo”, a sorpresa, che rimanda ancora una volta al mondo dell’arte. Per il pranzo, la proposta è alleggerita e dinamica, con piatti stagionali, spesso da produttori locali e Presìdi Slow Food.

Volete un esempio di menù, premettendo che può cambiare a seconda dell’estro dello chef e della disponibilità delle materie prime? Si apre “col botto”: una tazzina di Macchiatone con ossobuco e spuma di aglio gentile, un’esplosione inattesa di gusto, e si continua poi, in ordine sparso, con una tartare di carote e melograno, 100% vegetale, ma così ben costruita da sembrare, a prima vista, la classica tartare con tuorlo. Un trompe-l’œil gastronomico – per restare in tema artistico – che merita di essere scoperto senza spoiler: l’effetto sorpresa fa parte del gioco. Tra una portata e l’altra, arriva al tavolo un piccolo lusso: una nuvola di burro al miso di pane…irresistibile! Le spezie non mancano, così come le contaminazioni internazionali e in particolare mediorientali, come nella Ricciola all’amo con barbabietola, rosa damascena e crema di yogurt al curry di Burma.
E poi ci sono i dessert, che – come direbbe qualcuno – valgono davvero il viaggio. Sono veri e propri quadri commestibili, che riescono a mettere d’accordo tutti: chi segue un’alimentazione vegana, chi non ama i dolci troppo dolci, e anche chi, senza “quel pizzico di zucchero”, non riesce proprio a concludere il pasto.

E poi c’è un ultimo dettaglio che rende tutto ancora più speciale: all’inizio della cena, sul tavolo viene posizionata una cold brew drip; goccia dopo goccia, il caffè si raccoglie lentamente nel contenitore sottostante. Un piccolo rituale ipnotico che accompagna la serata in sottofondo, scandendone il tempo. E quando il pasto volge al termine, ecco il risultato: una miscela dolce e aromatica, perfetta per chiudere un’esperienza intensa e sensoriale.
Non stupisce che sul menu compaia la frase: “Saremo l’ombrello, il bacio sulla guancia in un giorno di pioggia.”: una promessa di accoglienza autentica e calorosa, fatta di piccole e delicate attenzioni.


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