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Ristoranti

Vâgh iń Ufézzi

L’appuntamento culinario come tradizione comanda

Mangiare al Vâgh iń ufézzi è un po’ come fare un tuffo nel passato, a partire dal nome. Una volta infatti, quando i nonni emiliani andavano in osteria e non volevano essere disturbati, avevano la loro formula magica: «Me a vâgh iń ufézzi», «Io vado in ufficio», per chi ha poca familiarità con il dialetto. Una macchina del tempo lontana dalle vie più chiassose della città, in cui può portarvi solo un bolognese doc. L’insegna fuori dal locale ci avverte che non entreremo in un ristorante turistico e snob, ma in una “ustarî”, un’osteria in cui ogni particolare ti fa sentire a casa. 

Al Vâgh iń ufézzi, la tavola è apparecchiata con le stesse tovagliette di carta riciclata con cui è scritto il menu, appeso alle pareti insieme ai ricordi dei clienti più fedeli. La scelta è ridotta e cambia in continuazione: «Quel che c’è, c’è», dicevano i nonni. Di sicuro, non mancano mai le crescentine, quadrotti di pasta lievitata e fritta nello strutto, come vuole la tradizione emiliana, da accompagnare con salumi e formaggi: la famosa mortadella bolognese, ma anche prosciutto crudo, salame, coppa, ciccioli (prodotto tipico ricavato dagli scarti cotti del maiale) e lo squacquerone.

 Il resto del menu, mai oltre le sette o otto scelte, è completato in base alle verdure di stagione e al pescato: consigliamo di vedere le proposte del giorno sul sito internet o sulla pagina Facebook del locale. Sapori forti e decisi che si alternano fra piatti della tradizione e specialità difficili da trovare a Bologna, come il polpo in guazzetto. Se passate nel periodo di Carnevale, non potrete che lasciarvi conquistare dai balanzoni, formato di pasta ispirato alla famosa maschera, con una sfoglia verde agli spinaci farcita con gli avanzi rimasti in cucina. Dopo diversi bicchieri di Lambrusco, per finire la cena come vogliono i vecchi bolognesi, ecco la pinza. Un dolce la cui storia risale addirittura al Seicento e formato da un rotolo di pasta dura farcito di mostarda, una confettura di prugne, mele cotogne e scorze d’arancia.

 Come in ogni osteria che si rispetti, la formula del Vâgh iń ufézzi viene arricchita dalla cordialità dei proprietari, Mirco (in cucina) e Antonella (in sala), che non vi faranno sentire nostalgia di casa. L’ambiente è tranquillo, familiare, ma anche piccolo: proprio per questo, è consigliato prenotare. E ricordate: se non volete essere disturbati mentre vi gustate una crescentina con la mortadella o davanti a un piatto fumante di tortellini in brodo, non dimenticate di dire ai vostri amici «me a vâgh iń ufézzi!».

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