L’omakase è una formula tipica dei ristoranti giapponesi tradizionali, in particolare dei sushi-ya, dove si mangia al bancone davanti allo chef. Il termine significa “mi affido a te” e indica un percorso in cui è il cuoco a scegliere cosa servire, in base al pescato del giorno e alla stagione. Nato in Giappone, prevede una sequenza di assaggi preparati e serviti uno alla volta. I milanesi , come sappiamo sono grandi amanti del sushi e negli ultimi anni hanno scoperto questa formula tradizionale che permette si osservare da vicino, in maniera più intima e raccolta, il lavoro del sushi master, e magari di scambiare qualche battuta con lui. Tra indirizzi che lo propongono in modo fedele e interpretazioni più personali, ecco 5 Omakase davvero buonissimi a Milano
IYO OMAKASE
Piazza Alvar Aalto, viale della Liberazione, 15

Ok, è come sparare sulla Croce Rossa, ma come non includere in questa lista Iyo Omakase, spinn off dello stellato Iyo di Corso Sempione? Sette posti al bancone, un sushi master e una sola regola: fidarsi. Qui l’omakase segue il formato più classico dei sushi-ya giapponesi, con un percorso deciso dallo chef che cambia in base a stagione e pescato. Il maestro Masashi Suzuki guida tra nigiri, sashimi e alcuni passaggi caldi secondo la scuola Edomae, con lavorazioni come marinature, frollature e leggere cotture. I bocconi arrivano uno alla volta, preparati e serviti davanti agli ospiti, mantenendo un ritmo preciso che accompagna tutta l’esperienza.
Sushi Matsu Omakase
Via Alvise Cadamosto, 7

In zona Porta Venezia, Sushi Matsu Omakase è un’apertura recente, interamente dedicata a questo formato. Il locale ruota attorno a uno chef’s table da dodici posti e a una squadra giapponese guidata da Taka Matsu. Qui non c’è menu à la carte: ogni sera il percorso cambia in base a pescato e stagione, con una sequenza di nigiri e assaggi preparati al momento e serviti uno alla volta. Le lavorazioni restano pulite e molto tecniche, tra marinature e tagli precisi, mentre lo spazio è essenziale, costruito attorno al banco e pensato per mantenere l’attenzione su gesto e materia prima.
Hatsune Zushi/Ronin
Via Vittorio Alfieri, 17

Al secondo piano di Ronin, suggestivo spazio dedicato alla cultura gastronomica giapponese, Hatsune Zushi si sviluppa come uno chef’s table omakase da circa dieci posti, interamente centrato sulla figura del sushi master Katsu Nakaji, tra i nomi più riconosciuti a livello internazionale grazie al suo storico ristorante di Tokyo. Il percorso si articola in circa venti portate e segue un’impostazione rigorosa, con nigiri serviti direttamente nelle mani per essere mangiati subito, alla temperatura corretta. L’omakase qui mantiene una struttura molto precisa, costruita su una sequenza che valorizza il pesce attraverso tagli, marinature e passaggi calibrati, restituendo un’esperienza che rimanda in modo diretto ala tradizione giapponese.
Wicky’s INNOVATIVE JAPANESE CUISINE
Corso Italia, 6
Da Wicky’s l’omakase prende una direzione diversa, più aperta alle contaminazioni, senza perdere la struttura del percorso. Lo chef Wicky Priyan costruisce menu degustazione che intrecciano tecnica giapponese e ingredienti italiani, lavorando su contrasti e rimandi riconoscibili. I nigiri non arrivano uno alla volta ma spesso in sequenza, mentre maki e piatti più costruiti introducono elementi come agrumi, formaggi o preparazioni della tradizione locale. L’idea di affidarsi resta, ma viene reinterpretata: non solo stagionalità e pescato, ma anche visione personale dello chef, che usa l’omakase come spazio narrativo dove far convivere più culture.
ICHIKAWA
Via Lazzaro Papi, 18

In zona Porta Romana, Ichikawa mantiene un’impostazione essenziale che mette al centro gesto e materia prima. Il banco a ferro di cavallo crea una relazione diretta con lo chef, ed è qui che prende forma l’omakase più fedele alla tradizione: pochi elementi, nessuna costruzione superflua, attenzione totale su riso e pesce. Il percorso cambia ogni giorno e segue una sequenza di nigiri serviti uno alla volta, intervallati da piccoli assaggi. Affidarsi, in questo caso, significa accettare un’esperienza lineare e concentrata, dove ogni dettaglio – dalla temperatura del riso alla pressione della mano – fa la differenza.


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